Rinaldi Paladino Art Museum Foundation

Una raccolta d’arte è lo specchio dei gusti culturali ed estetici di colui che l’ha pazientemente messa insieme nel corso di una vita, è come una sorta di organismo in continuo crescere e mutare, così che si può dir conclusa soltanto con la fine dell’esistenza del collezionista stesso. Per questo soltanto adesso esce un libro sulla collezione Rinaldi-Paladino: l’artefice di tale ingente raccolta, Giuseppe Rinaldi, è infatti venuto a mancare nel 2006. Il legame che si crea tra le opere acquistate, poi vendute, spesso scambiate da un collezionista rappresenta per lui fasi del proprio sentire interiore e della propria crescita culturale. Per il collezionista attento infatti l’arte può rappresentare una moneta nell’ambito del commercio, ma sarà sempre e soprattutto un oggetto amato, spesso inseguito e bramato per lungo tempo; il collezionista-raccoglitore crea nella sua mente un ideale museo privato che poi cerca di trasporre in realtà per quanto gli sia possibile. Dunque corre a cercare il pezzo che gli manca, spesso gira il mondo con il solo desiderio di poterlo rintracciare ed acquistare; è lui che comprerà l’opera che qualche volta può essere anche meno accattivante per il mercato, ma per lui è più rara e gli permetta di completare il suo disegno mentale. È per questo che il collezionista non riesce a dire mai basta a se stesso, prosegue in una ricerca affannosa finché salute e finanze lo permettono. Oltre a ciò che egli cerca con fare da segugio, ci sono anche gli incontri fortuiti e sorprendenti: il quadro di un autore fino ad allora mai considerato, che dà il via ad un amore magari duraturo, oppure l’opera dell’artista sconosciuto, non famoso ma che colpisce e sul quale il collezionista decide di scommettere. Una raccolta d’arte è dunque una delle cose più private che un uomo si costruisce attorno, non per questo però tutti i collezionisti sono gelosi proprietari, spesso anzi desiderano condividere il loro tesoro più caro con gli altri, perché l’arte è cultura e cultura produce. Per questo è comunque proprietà intellettuale di chiunque sia sensibile ad essa. È nel Settecento che l’arte inizia ad essere considerata un bene comune; alcuni dei grandi collezionisti dell’epoca decidono così di aprire le loro raccolte alla fruizione pubblica. L’idea della collettività del sapere è frutto dell’Illuminismo; da allora anche i collezionisti d’arte hanno recepito tale messaggio. Dunque adesso nasce questo libro, proprio con l’intento di realizzare un desiderio che Giuseppe Rinaldi non è mai riuscito a concretizzare durante la sua vita: condividere con gli altri la sua raccolta d’arte. Oltre alle opere che egli ha lasciato alla sua morte, abbiamo cercato di rintracciare alcuni dei pezzi che facevano parte della raccolta nel passato e che poi sono stati venduti o scambiati per altri, testimonianza comunque del suo gusto in un determinato periodo, che poi forse è mutato, prediligendo un’opera all’altra. La forma di collezionismo più diffusa al momento attuale è quella orientata prevalentemente verso un progetto di crescita economica; si compra, cioè, ciò che si presume incrementerà di valore nel tempo. Il seguire alla lettera questo meccanismo esclude però il lato dell’apprezzamento personale, del piacere che si mette nello scegliere di acquistare una cosa solo perché ci piace, privilegiando invece le opere lanciate con maestria da agenti di borsa sul mercato, e per cercare le opere per la propria raccolta questo tipo di collezionista prediligerà i risultati delle battute d’asta, con la stessa filosofia con la quale un economista segue l’andamento della borsa. Ma in un collezionismo inteso nell’accezione di Giuseppe Rinaldi, così come fu e fortunatamente ancora è per molti altri, il quadro ha valore per la sua bellezza, per il suo significato e per la storia che tramanda. Il collezionista vero, quello che sceglie di dedicare tutta la sua vita all’arte, si sacrifica per essa, nell’unico desiderio di costruire un museo privato il più possibile ampio ed omogeneo, con il filo conduttore del proprio gusto personalissimo. Così come fecero i grandi del passato, entrati a pieno titolo nei libri di storia, le cui gesta rimangono nei racconti di chi, meravigliato, ha potuto visionare la loro raccolta nella sua completezza: «Ora, rifacendoci al Correr, chiunque visita le camere della modesta casa eretta sulle ruine del palazzo de’ suoi maggiori nella contrada di san Gian Decollato, e v’osserva la svariata suppellettile da lui riunita, ha ben donde stupire che a tanto sia bastata la vita di un sol uomo, e, quel che più monta, di limitate fortune. Sennonché, cesserà ogni meraviglia cui rifletta come quell’assiduo raccoglitore, che alle nobili sue passioni sagrificò con lieto animo le agiatezze del vivere, niuna occasione lasciò sfuggire per aumentare il domestico museo…».

Chiara Filippini


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